Sabato 10 ottobre ricorre la ventiquattresima Giornata mondiale contro la pena di morte promossa dalla World Coalition Against the Death Penalty. FIDU, in quanto membro della Coalizione, aderisce alla campagna e rinnova il proprio impegno per l’abolizione universale della pena capitale.
L’edizione di quest’anno è dedicata alle “Stories for Life”, con l’obiettivo di dare voce alle persone direttamente o indirettamente colpite dalla pena di morte e riportare al centro del dibattito pubblico le loro storie e le loro esperienze.
STORIES FOR LIFE
La campagna pone al centro le esperienze delle persone condannate a morte, in particolare di coloro che vivono nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione. La Coalizione vuole dare voce a chi vive questa condizione, richiamando l’attenzione sulla dimensione umana della pena capitale e sull’importanza di conoscere le storie individuali di chi la subisce.
La condanna a morte, infatti, produce conseguenze che vanno ben oltre la persona condannata, coinvolgendo le famiglie, le comunità, il sistema giudiziario e penitenziario e tutti coloro che si impegnano per la sua abolizione.
La campagna abolizionista non intende in alcun modo sminuire il dolore delle vittime e dei loro familiari, né la gravità dei reati commessi. Al contrario, invita a riconoscere l’umanità delle persone condannate, al di là dei crimini loro attribuiti, e a interrogarsi sulla legittimità di una giustizia che ricorre alla privazione della vita come forma di punizione.
Per conoscere le storie raccolte dalla Coalizione clicca qui
DATI AGGIORNATI SULLA PENA DI MORTE
I dati mostrano che la tendenza globale continua a essere orientata verso l’abolizione della pena di morte: alla fine del 2025, 144 Paesi risultavano abolizionisti di diritto o di fatto. Tuttavia, nel 2025 sono state registrate almeno 2.707 esecuzioni, con un aumento del 78% rispetto all’anno precedente. Il Paese con il maggior numero di esecuzioni documentate è stato l’Iran, con almeno 2.159 esecuzioni, seguito dall’Arabia Saudita (almeno 356), dallo Yemen (51) e dagli Stati Uniti (47). Queste cifre non includono le esecuzioni in Cina, i cui dati sono coperti dal segreto di Stato e dove si ritiene che ogni anno vengano giustiziate migliaia di persone.
LA PENA DI MORTE COME STRUMENTO DI REPRESSIONE POLITICA
In alcuni Paesi la pena di morte viene utilizzata non solo come strumento di punizione, ma anche come mezzo di repressione politica, intimidazione e controllo sociale. Le condanne vengono spesso pronunciate al termine di procedimenti giudiziari arbitrari, mentre il ricorso alla pena capitale viene giustificato attraverso argomentazioni legate alla sicurezza nazionale.
In questo contesto, il caso dell’Iran è particolarmente significativo. Decine di persone sono state giustiziate recentemente sulla base di accuse di natura politica, in seguito a processi gravemente iniqui. La repressione si è ulteriormente intensificata dopo gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio 2026, con le autorità iraniane che hanno invocato le cosiddette “condizioni di guerra” per giustificare nuove misure repressive.
Tra le persone maggiormente esposte figurano dissidenti, manifestanti e appartenenti a minoranze etniche e religiose, spesso accusati di terrorismo, spionaggio o reati contro la sicurezza dello Stato. Il ricorso alla pena capitale come strumento di repressione rappresenta una grave minaccia per i diritti fondamentali e lo Stato di diritto, con criticità particolarmente evidenti in Paesi come Iran e Arabia Saudita.
RECENTI SVILUPPI NEGLI USA
Nelle ultime settimane, il caso di Christa Pike nel Tennessee ha riacceso il dibattito sulla pena capitale negli Stati Uniti, una delle poche democrazie consolidate che continuano ad applicarla. Il tentativo di esecuzione fallito del 30 settembre 2026 e le gravi condizioni di salute in cui Pike versa richiamano l’attenzione sulla crudeltà della pena capitale e sulla necessità di considerare anche le storie personali delle persone condannate.
La sua vicenda è segnata da un passato di abusi e traumi infantili, nonché da problemi di salute mentale documentati dalla difesa. Conoscere queste circostanze non significa negare la gravità del reato commesso, ma riconoscere la complessità delle vicende umane e le sofferenze che accompagnano la permanenza nel braccio della morte.
Infine, la decisione delle autorità statunitensi di programmare un’esecuzione militare mediante fucilazione, la prima con questa modalità dal 1945 se effettivamente eseguita, solleva ulteriori interrogativi sul ricorso a metodi di esecuzione controversi e rende ancora più urgente l’impegno per l’abolizione della pena capitale.
DIECI ARGOMENTAZIONI CONTRO LA PENA DI MORTE
La World Coalition ha pubblicato dieci argomentazioni a sostegno dell’abolizione universale della pena capitale, che trovano riscontro tanto nei recenti sviluppi in Iran e negli Stati Uniti quanto nelle testimonianze raccolte nell’ambito della campagna di quest’anno.
- Lo Stato non dovrebbe avere il potere di uccidere.
- La pena di morte è irreversibile: nessun sistema giudiziario è immune da errori e persone innocenti possono essere condannate e giustiziate.
- Colpisce in modo sproporzionato le persone provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati, quelle con disabilità intellettive o psicosociali e gli appartenenti a minoranze etniche. In alcuni Paesi è utilizzata anche per reprimere persone sulla base delle loro opinioni politiche, della religione, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.
- Le condizioni di detenzione nel braccio della morte e l’angoscia dell’attesa dell’esecuzione possono costituire trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
- Nega ogni possibilità di riabilitazione.
- La sua applicazione viola frequentemente gli standard internazionali in materia di diritti umani, inclusi i principi sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani relativi al diritto alla vita e al divieto di trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
- Provoca sofferenze profonde non solo alle persone condannate, ma anche alle famiglie dei condannati e delle vittime, con conseguenze che possono coinvolgere le generazioni successive, in particolare i bambini.
- Legittima il ricorso all’uccisione come risposta alla criminalità, anziché promuovere una giustizia fondata sul rispetto della vita umana.
- Non esistono prove conclusive che la pena di morte abbia un’efficacia deterrente superiore all’ergastolo rispetto ai reati più gravi.
- Molte famiglie delle vittime si oppongono alla pena capitale, ritenendo che non restituisca loro i propri cari né rappresenti una risposta adeguata alla sofferenza subita.
L’IMPEGNO DI FIDU
I dati raccolti nel 2025 confermano la necessità di mantenere alta l’attenzione sul ricorso alla pena capitale e di dare visibilità alle storie delle persone che ne subiscono le conseguenze, direttamente o indirettamente.
FIDU prosegue il proprio impegno per l’abolizione universale della pena di morte, sostenendo le iniziative della World Coalition Against the Death Penalty e promuovendo attività di sensibilizzazione, informazione e advocacy rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni.
In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, FIDU ribadisce che il rispetto della dignità umana deve rimanere un principio irrinunciabile di ogni sistema di giustizia e rinnova il proprio appello per l’abolizione universale di una pena irreversibile, discriminatoria e incompatibile con la tutela dei diritti fondamentali.


