REPRESSIONE TRANSNAZIONALE IN ITALIA: VERSO UNA RISPOSTA COORDINATA

Risultati principali della conferenza, della tavola rotonda e del workshop di Roma

Roma, 4 e 5 giugno 2026 | Un’iniziativa organizzata da FIDU e IPHR

Il 4 e il 5 giugno 2026, FIDU e IPHR hanno organizzato a Roma tre eventi dedicati alla repressione transnazionale (TNR) e al suo impatto sui diritti umani, sulla sicurezza democratica e sulla sovranità dello Stato.

Il programma si è articolato in tre momenti distinti ma strettamente collegati: una conferenza pubblica nella mattinata del 4 giugno, che ha riunito persone direttamente colpite dalla TNR, rappresentanti delle comunità della diaspora, parlamentari, giornalisti, accademici, avvocati ed esponenti della società civile; una tavola rotonda tecnica nel pomeriggio dello stesso giorno, riservata a rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine, della società civile ed esperti di minacce ibride; infine, un workshop per avvocati il 5 giugno, patrocinato dall’UAE (Unione Avvocati Europei), dedicato all’analisi di casi concreti, agli strumenti di tutela e alla costruzione di una rete di competenze territoriali.

L’ITALIA È IN RITARDO RISPETTO AI PARTNER DEL G7

La repressione transnazionale comprende l’insieme delle condotte attraverso le quali uno Stato, direttamente o tramite intermediari, tenta di ostacolare, controllare, minacciare o silenziare persone e comunità al di fuori dei propri confini. Tra i principali bersagli figurano dissidenti, giornalisti, attivisti, difensori dei diritti umani e membri delle comunità della diaspora.

Nel giugno 2025, il G7 ha riconosciuto la TNR come una forma di ingerenza straniera capace di minacciare la sicurezza nazionale, la sovranità degli Stati, i diritti umani e i principi del diritto internazionale.

Russia, Cina, Iran, Belarus e Turchia figurano tra gli Stati che ricorrono più frequentemente a queste pratiche, attraverso strumenti che spaziano dalle minacce e dalla sorveglianza digitale all’abuso dei meccanismi di cooperazione giudiziaria internazionale.

L’Italia e il Giappone dispongono delle risposte meno strutturate tra i Paesi del G7. Tuttavia, mentre il Giappone ha avviato alcuni interventi di riforma, in Italia non sono ancora state adottate misure legislative o strutturali specificamente dedicate alla repressione transnazionale.

UNA SFIDA GIURIDICA, CULTURALE E POLITICA

Dai tre eventi è emerso che gli strumenti giuridici esistenti possono offrire alcune forme di tutela, ma non sono inseriti in una cornice comune capace di riconoscere la TNR come un insieme coordinato di condotte.

Minacce, stalking, sorveglianza, pressioni sui familiari, abusi delle richieste di estradizione, campagne di discredito e problemi relativi ai documenti di identità vengono spesso trattati come episodi isolati e affidati a uffici o autorità differenti. Questa frammentazione impedisce di ricostruire il disegno complessivo di intimidazione e controllo.

Manca inoltre una strategia nazionale che riconosca la TNR come una minaccia ibrida sistemica e che colleghi la protezione delle persone colpite alle esigenze di sicurezza nazionale, contrasto alle interferenze straniere e tutela dell’ecosistema informativo.

PRINCIPALI INDICAZIONI EMERSE

Gli eventi hanno analizzato le tattiche della repressione transnazionale sia nella loro dimensione più visibile sia nelle forme meno evidenti e più difficili da documentare.

Tra i meccanismi visibili figurano l’abuso delle Red Notice di INTERPOL e le richieste di estradizione motivate politicamente.

Il caso del regista ucraino Yevgeny Lavrenchuk è stato presentato come un esempio paradigmatico. Lavrenchuk, noto per le sue posizioni critiche nei confronti della Russia, è stato arrestato durante un transito all’aeroporto di Napoli sulla base di una Red Notice russa fondata su accuse di carattere finanziario. È rimasto detenuto per 76 giorni, nonostante INTERPOL avesse successivamente cancellato la notifica per violazione dell’articolo 3 del proprio Statuto, che vieta l’utilizzo dell’organizzazione per finalità politiche.

Il caso ha mostrato come gli automatismi connessi alle Red Notice e all’arresto provvisorio possano produrre conseguenze gravi prima che sia valutata compiutamente la possibile strumentalità politica della richiesta e prima che la difesa possa acquisire tutti gli elementi necessari.

Le tattiche meno visibili, sempre più diffuse e facilitate dalle nuove tecnologie, comprendono la sorveglianza fisica e digitale durante manifestazioni ed eventi pubblici, il doxing, le molestie online, l’infiltrazione nelle reti comunitarie, le campagne di discredito e le pressioni esercitate sui familiari rimasti nei Paesi di origine.

È stato inoltre affrontato il problema del rifiuto da parte di alcuni Stati autoritari di rinnovare passaporti o rilasciare documenti ai propri cittadini all’estero. Questa pratica può costringere dissidenti e rifugiati a vivere in una condizione di crescente precarietà amministrativa oppure a tornare nel Paese di origine, esponendosi al rischio di arresto o persecuzione.

Le testimonianze provenienti dalle comunità belarussa, iraniana e russa, insieme ai casi relativi alla repressione cinese presentati da giornalisti e avvocati, hanno illustrato le conseguenze quotidiane della TNR: paura costante, isolamento, autocensura, difficoltà nei rapporti familiari e progressiva distruzione della fiducia all’interno delle comunità della diaspora.

Tra i casi discussi, quello di Teacher Li, uno dei più noti dissidenti cinesi residenti in Italia, ha evidenziato in modo concreto le difficoltà che possono emergere anche quando la persona colpita è ad alto profilo e ha ottenuto una forma di protezione internazionale. Durante il workshop sono state richiamate le pressioni subite, tra cui minacce, intimidazioni, sorveglianza presso le abitazioni e pressioni sui familiari rimasti nel Paese di origine.

Il caso ha evidenziato la necessità di rafforzare il coordinamento operativo tra le forze dell’ordine a livello territoriale, affinché le misure di protezione e il monitoraggio delle situazioni di rischio non dipendano esclusivamente da singoli uffici, ma possano essere garantiti con continuità anche in caso di trasferimento della persona interessata.

Il caso dimostra che il riconoscimento dello status di rifugiato, pur essendo essenziale, non è sempre sufficiente a garantire la sicurezza concreta della persona. Sono necessarie misure personalizzate di protezione, attenzione alla riservatezza dei dati e procedure capaci di accompagnare la vittima anche in caso di trasferimento.

Durante il workshop è stata inoltre segnalata l’esistenza di un sito, indicato come collegato alle autorità cinesi, che pubblica nomi, numeri di procedimenti giudiziari e città di residenza di richiedenti asilo cinesi in Italia. Questo elemento ha aperto una riflessione più ampia sulla protezione dei dati personali delle vittime di TNR all’interno dei procedimenti amministrativi e giudiziari.

PRIORITÀ OPERATIVE

Dal confronto sono emerse diverse priorità operative per rafforzare la capacità italiana di prevenire, riconoscere e contrastare la repressione transnazionale.

Filtro preventivo sulle Red Notice dell’Interpol

È stata proposta l’introduzione di un controllo preventivo sulle Red Notice prima del loro inserimento nei sistemi nazionali di ricerca, ispirato al modello francese illustrato durante la tavola rotonda. L’obiettivo è individuare tempestivamente le richieste potenzialmente motivate da ragioni politiche e prevenire arresti automatici fondati su segnalazioni strumentali.

Coordinamento interministeriale

È emersa la necessità di un meccanismo nazionale stabile che colleghi i diversi ministeri, le forze dell’ordine, la magistratura e le autorità competenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e sicurezza.

Il modello canadese è stato richiamato come possibile riferimento per la creazione di una struttura incaricata di centralizzare l’azione governativa, promuovere la cooperazione internazionale e mantenere un dialogo diretto con le comunità maggiormente esposte.

Canali di segnalazione collegati alla protezione

La creazione di linee dirette o canali di contatto dedicati non può limitarsi alla raccolta di informazioni. Ogni segnalazione dovrebbe essere collegata a una valutazione del rischio, alla gestione del caso, all’assistenza legale e psicologica e, quando necessario, a misure concrete di protezione.

È inoltre necessario tenere conto della diffidenza che le persone fuggite da contesti di persecuzione statale possono provare nei confronti di canali collocati esclusivamente presso strutture di sicurezza o intelligence.

Definizione giuridica della TNR

È stata sottolineata la necessità di una definizione condivisa della repressione transnazionale come modello coordinato di condotta, distinto dalla semplice somma di reati già esistenti, come stalking, minacce, spionaggio o molestie.

Si è inoltre esplorata la possibilità di inquadrare determinate forme di TNR come tortura psicologica ai sensi del diritto internazionale, richiamando precedenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e delle Nazioni Unite.

Formazione degli operatori di primo contatto

È necessaria una formazione strutturata per agenti di polizia, funzionari dell’immigrazione, magistrati, giudici delle corti d’appello e avvocati.

Questi operatori devono essere messi nelle condizioni di riconoscere i pattern di TNR, valutare correttamente i racconti delle vittime, individuare i rischi connessi alle richieste di cooperazione giudiziaria internazionale e utilizzare in modo efficace i canali di interlocuzione con INTERPOL.

Protezione dell’identità e dei dati

Le persone ad alto rischio necessitano di misure capaci di limitare la possibilità che il loro indirizzo, i loro spostamenti o altre informazioni sensibili possano essere acquisiti attraverso registri, procedimenti amministrativi, banche dati o atti giudiziari.

Tra le soluzioni discusse figura la possibilità di valutare, nei limiti della normativa vigente, domicili protetti o soluzioni anagrafiche che impediscano la facile individuazione dell’indirizzo delle persone esposte.

Coordinamento nazionale e territoriale

Le misure di protezione non possono dipendere esclusivamente dai rapporti personali instaurati con singoli funzionari. Servono protocolli formali e applicabili nei diversi territori, capaci di garantire continuità nella gestione del caso anche quando la persona si trasferisce o cambia autorità di riferimento.

Misure personalizzate di protezione

Il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione internazionale deve essere accompagnato, nei casi più gravi, da una valutazione individuale della sicurezza e da misure proporzionate al rischio.

Queste possono comprendere assistenza psicologica, protezione dei familiari, sicurezza digitale, tutela dei dati, supporto nei rapporti con le amministrazioni e procedure per gestire trasferimenti e cambi di domicilio.

Una rete stabile, territoriale e multidisciplinare

È stata proposta la costruzione di una rete che colleghi avvocati, organizzazioni della società civile, comunità della diaspora, accademici, giornalisti, magistrati e forze dell’ordine.

La rete dovrebbe favorire la condivisione di informazioni, esperienze, strumenti e buone pratiche e basarsi su protocolli replicabili, non soltanto su rapporti personali o collaborazioni occasionali.

Responsabilità politica

È necessario riconoscere la duplice dimensione, giudiziaria e politico-amministrativa, dei procedimenti di estradizione e delle altre forme di cooperazione internazionale.

Accanto al lavoro della magistratura, serve un impegno politico capace di individuare le vulnerabilità del sistema, prevenire gli abusi e promuovere riforme coerenti con la tutela dei diritti umani e della sicurezza nazionale.

IL RUOLO DEGLI AVVOCATI

Il workshop del 5 giugno, organizzato da FIDU e IPHR in collaborazione con l’Unione degli Avvocati Europei, ha sottolineato il ruolo fondamentale degli avvocati come primo e, in alcuni casi, unico punto di contatto per le persone colpite dalla repressione transnazionale.

Gli avvocati sono spesso i primi professionisti in grado di individuare un modello coordinato di intimidazione dietro una serie di episodi apparentemente scollegati. Possono inoltre raccogliere e conservare le prove, proteggere le informazioni sensibili, contestare richieste di estradizione o segnalazioni INTERPOL, accompagnare le procedure di protezione internazionale e orientare le vittime verso altre forme di assistenza.

Tuttavia, gli avvocati operano spesso in condizioni di forte asimmetria, dovendo reagire a meccanismi automatici che si attivano prima che sia possibile costruire una difesa completa. A ciò si aggiunge la mancanza di una formazione specifica per riconoscere la TNR nella pratica.

Il workshop ha quindi proposto la creazione di una rete territoriale tra avvocati, organizzazioni della società civile e comunità della diaspora, capace di condividere informazioni, modelli di intervento e buone pratiche.

È stata inoltre discussa la possibilità di sviluppare forme di contenzioso strategico, non soltanto per garantire la protezione delle singole persone, ma anche per rendere visibili le lacune strutturali e promuovere un cambiamento nel modo in cui l’Italia riconosce e gestisce i casi di repressione transnazionale.

I PROSSIMI PASSI

La conferenza, la tavola rotonda e il workshop hanno rappresentato un primo passo verso la costruzione di una risposta italiana più consapevole e coordinata.

FIDU e IPHR intendono proseguire il percorso avviato, promuovendo ulteriori momenti di formazione e confronto a livello nazionale e locale, rafforzando la collaborazione con l’avvocatura e le comunità interessate e contribuendo alla definizione di strumenti operativi e proposte di riforma. La repressione transnazionale non può essere affrontata come una successione di episodi isolati. È necessario riconoscerne la natura coordinata, collegare la tutela delle vittime alla sicurezza democratica e costruire una risposta stabile, multidisciplinare e fondata sulla cooperazione.